Vivere a metà

questa storia è scritta da: Grazia Vavalle

C’è solo dolore, è tutto pesante e dolorante: gli arti, la testa, le palpebre, non riesco a muovere nulla. Mentre riemergo dalla nebbia, ritorno alla coscienza, i suoni diventano voci, provo ad aprire gli occhi, ma qualcosa me lo impedisce, sento un suono che mi martella nella testa ed un odore nauseante di alcol.

Sono Anna, ho 66 anni, vivo da circa 42 anni nel New Jersey a pochi km da New York. Sono alta 1,65m per un peso di 130 kg, ebbene sì, sono un’obesa cronica o come mi chiamavano i ragazzotti del mio paese “la cicciona”. Certi nomignoli, ti restano attaccati addosso come un odore. La ragione per cui sono in questa stanza d’ospedale, o meglio in terapia intensiva intubata, è perché mi sono sottoposta ad un delicato intervento lo “SLEEVE GASTRECTOMY” che consiste nella riduzione dello stomaco…i medici, mi hanno ripetuto più volte che si trattava di un intervento di routine, peccato che durante l’intervento, sia andata in collasso respiratorio e questo mi costringe a restare a letto e intubata, in uno stato di incoscienza o semi coscienza.

Oltre ai miei 130 kg, ho due meravigliosi occhi color cervone, un sorriso ampio, adoro indossare abiti colorati, e ascoltare la musica di Domenico Modugno, Lucio Battisti, Mina, Mia Martini e tanti altri, questo è un modo per me, di essere sempre con la mente e il cuore nella terra arida, assolata e ospitale, ricca di storia e di paesaggi incantevoli, la mia Puglia.

Ho lasciato la mia numerosa e chiassosa famiglia a soli 24 anni, per trasferirmi con mio marito negli Stati Uniti d’America, il sogno di molti non il mio. Sono settima di nove fratelli, sono cresciuta in una famiglia molto umile, dove sin da piccoli abbiamo imparato il significato della parola sacrificio, dove l’abito buono si indossava solo la domenica per andare a Messa, dove spesso gli abiti passavano da una sorella all’altra….e quando arrivava Natale, spesso, sotto l’albero trovavamo il libro sgualcito di uno dei fratelli maggiori o una sciarpa coloratissima e soffice che la zia faceva ai ferri, da noi si usa dire cosi, eravamo felici con poco, ciò che contava per noi, era, l’amore dei nostri genitori.

Sento una mano calda che sfiora la mia, ed una voce calma che mi dice di non arrendermi, le lacrime inondano il mio viso. La nebbia scende di nuovo su di me.

La voce è di mia sorella Lucia, ultima di nove figli, è la persona alla quale è stato doloroso dire “addio”. Le sue parole sono impresse nella mia mente quando all’aeroporto, mentre ci stringevamo in un forte abbraccio, carico di dolore, rimpianti, di parole non dette….con la voce rotta dal pianto, prima di congedarci mi disse “di te non ricorderò le tue lacrime bensì il tuo sorriso”…..questa frase me l’ha scritta in tutte le lettere che mi ha scritto dopo la mia partenza.

Lucia, è la mia “sorella cicciona”. Una volta, un ragazzotto del nostro quartiere, mentre tornavamo da scuola ci disse “Vedendovi da lontano, eravate cosi belle, snelle, fantastiche… poi vi siete avvicinate e ho capito che da lontano non ci vedo un cazzo”. Mia sorella esplose in un pianto, invece, io ho reagito, non ho mai mostrato le mie fragilità, mi sentivo sempre in dovere di proteggerla, facevo i conti con le mie fragilità di notte, nel mio letto, mentre tutti dormivano, nel silenzio assordante della notte, lanciavo il mio urlo di dolore interrotto dai singhiozzi del pianto.

Lucia è alta 1,65m. capelli corti, mossi e castani, occhi celesti, labbra sottili, schiva, riservata, a tratti malinconica.

Nonostante siamo stati travolti dall’era di internet, dei cellulari e dei social, Lucia ed io continuiamo a scriverci, perché le nostre lettere sono piene di amore, paure, confidenze, insicurezze, ricordi, aspettative…e di un gran senso di colpa, il mio, nei suoi confronti, perché sono scappata e l’ho lasciata sola a vivere quel calvario, perché solo chi vive il tuo stesso dolore può comprenderti davvero. Anche, se col tempo ho razionalizzato, che nonostante vivessi in un mondo dove l’obeso non faceva e non fa notizia, vivevo il mio dramma nelle mura di casa.

Siamo cresciute in un paesino di provincia di 15000 anime, dove ci si conosceva un po’ tutti, con alcuni si avevano rapporti veri, con altri ci si sentiva ogni tanto, un paesino dove non esisteva un giornale locale perché le notizie correvano di bocca in bocca fino a creare nuove storie. Proprio a causa di questi parlottii, volti a denigrare, sminuire ed offendere me e mia sorella per il nostro peso, ci hanno spinte a sentirci inadeguate, fino a radicare in noi l’idea che la persona grassa non potesse essere bella.

Vivere da obesi vuol dire vivere a metà.

Ricordo che quando ci aggiravamo per i mercatini o per i negozi, guardavamo con rassegnazione tutti quegli abiti, pantaloni o magliette sapendo che per noi non c’era mai niente e se ci avvicinavamo a prendere qualcosa vedevamo il negoziante che scuoteva la testa, se invece trovavamo il cartello “taglie comode”, pensavamo ad un miracolo e compravamo tutto anche se erano di un colore che non ci piaceva.

Ricordo quelle rare volte in cui andavamo a mangiare in pizzeria, mangiavamo pochissimo per paura di essere giudicate, per non parlare del fatto che abbiamo rinunciato al cinema e al teatro per paura di non entrare nella sedia. Non ci guardavamo più allo specchio, evitavamo le foto e se costrette ci nascondevamo dietro gli altri.

Sono scappata, lei è rimasta…

Sono volata via, lontana 7240 km, ho sposato un uomo che avevano scelto i nostri genitori, conviti che mi avrebbe resa felice, essendo figlio unico avrebbe un giorno ereditato tutto e avrei avuto una vita agiata, come se mi fosse mai importato qualcosa dei soldi. Nonostante, mi sia opposta, abbia pianto fino allo sfinimento, non potevo sottrarmi al mio destino, mia sorella era l’unica che mi comprendeva, ma da sole non avremmo potuto fare la differenza. Ho sposato un uomo che ho conosciuto attraverso le parole che mi scriveva , all’apparenza gentile, riservato, buono, ma dall’aspetto un po’ goffo e impacciato. La verità è che era un estraneo. Dentro di me, speravo col tempo di conoscere l’amore vero, quello di cui avevo sentito parlare negli scritti di Jane Austen e Charlotte Bronte. Non un amore astratto ma passionale, fatto di desiderio, tormento, fatto di sguardi, parole e abbracci. Mi sentivo tradita anche dalle mie beniamine letterarie. Speranza presto disillusa.

Subito dopo il mio arrivo, nonostante, fossi stata calorosamente accolta da tutti, e vivessi in una casa meravigliosamente grande, assolata, arredata con gusto, mi sentivo sola… la notte mi svegliavo di soprassalto, in preda alle lacrime, con tachicardia respiro corto e sudata fradicia. Scivolavo via dal letto, silenziosamente, e andavo in giardino. Camminavo a piedi nudi sull’erba umida di rugiada e guardavo il cielo scuro ma limpido, aspettando il primo raggio di sole, che con il suo calore avrebbe risvegliato la natura intorno a me e riscaldato il mio cuore. Chiudevo gli occhi, le lacrime rigavano il mio viso, respiravo profondamente, pensavo alla mia famiglia e speravo di poterli riabbracciare quanto prima.

Sento un odore dolce a tratti nauseante di fiori, il buio ripiomba su di me.

“Cara mamma,

il   tuo    addio    è    stato    improvviso,    una    ferita    ancora    aperta. Il tuo sorriso è ancora vivo nei miei ricordi ma la tua voce ormai è solo un eco. Il tuo abbraccio mi manca, la tua saggezza mi guida ancora. La tua presenza mi manca, ma il tuo amore per me, non morirà mai. Hai lasciato un vuoto incolmabile, ma il tuo insegnamento e la tua eredità, mi aiuteranno a continuare la mia vita, con coraggio e forza, proprio come hai fatto tu. Mi mancano le nostre lunghe telefonate, ogni domenica. Gli album dei ricordi della mia famiglia avranno sempre una pagina vuota, nessuno potrà mai sostituirti, nonostante la distanza non hai mai perso occasione di far sentire il tuo affetto e  il tuo calore a me, ai miei figli. Addio mamma, riposa  in pace, il tuo ricordo vivrà per sempre nel mio cuore.”

Ho scritto questa lettera un anno dopo la sua morte.

Ho portato dei fiori sulla sua tomba, dall’odore dolce a tratti nauseante, un anno dopo la sua morte, non sono riuscita a partire prima, non potevo, la verità è che non volevo che fosse vero, mi sentivo soffocare, sentivo gli arti paralizzati…è stata mia sorella prendendomi per mano, ad aiutarmi a realizzare quanto fosse successo, mi ha aiutata a canalizzare il dolore, che ha lasciato subito il suo posto alla rabbia. Si, alla rabbia, perché anche da morti, noi obesi, veniamo discriminati. Non è stato possibile scegliere la bara, perché, per le persone fuori misura, veniamo definiti anche in questo modo, esiste solo un modello. La rabbia sale, perché, la verità è che Stiamo abbattendo le barriere di discriminazione di tanti gruppi di persone ma non abbiamo alcun riguardo per le persone in sovrappeso.

L’idea che mi umiliassero anche da morta, mi annientava, ero stata umiliata fin troppe volte, l’avevo permesso anche a mio marito. All’inizio, mi muoveva piccole critiche, con gli anni erano diventate sempre più pesanti. Nonostante, lavorassi e mi occupassi dei nostri figli, a cena, pretendeva di trovare la tavola apparecchiata in un certo modo, e cibi elaborati nei piatti, altrimenti andava su tutte le furie, mi diceva che ero disorganizzata e pigra, continuava a dirmi che stavo ingrassando, che vestivo male…leggevo nei suoi occhi una vena di disprezzo.

Ho smesso di amarmi, di truccarmi, ancora una volta di guardami allo specchio….

Scrivevo senza sosta, lunghe lettere, piene di dolore, paura, rimpianti. La risposta piena di calore , affetto, sostegno e comprensione , non tardava ad arrivare.

Dopo un lungo periodo fatto di visite mediche, sedute dallo psicologo, ho deciso di sottopormi a questo delicato intervento, con la speranza che prendesse vita una nuova me, la ripresa è stata lenta e dura, alla fine ho preso coscienza del fatto che La perfezione non esiste e so che non dico una grande novità, lo voglio urlare “LA PERFEZIONE NON ESISTE” …

Magari lo avessero detto a me, quanto tempo ho perso a cercarla, come in amore, pensavo di dover essere perfetta, ma ho imparato che devo sorridere dei miei difetti.

A volte, vorrei parlare alla Anna di 20 anni fa e vorrei darle un consiglio “smettila di voler essere diversa da quello che sei, tanto la perfezione non esiste”.

Volevo essere diversa, tutti mi volevano diversa, tutti, ma tutti chi? Ho perso tempo ad essere giusta, dimenticandomi di essere felice, perché pensavo di essere sbagliata agli occhi degli altri… sono cresciuta in un contesto dove avere le forme è ritenuto sbagliato… se fossi nata in Colombia sarei stata la musa di Botero. Le critiche feriscono, partono dalla bocca e arrivano dritto allo stomaco….

Ho imparato ad apprezzare quello che vedo di me stessa nello specchio, delle volte mi piaccio altre volte no, ma va bene così, sono molto orgogliosa di quello che vedo, ho imparato a volermi bene, ed è altrettanto importante circondarsi delle persone che ci amano per quello che siamo , tanto la perfezione non esiste.