Anya

questa storia è scritta da: Valeria Dibenedetto

I ricordi si sovrappongono a tal punto che appaiono sfuocati. Chi è Katia e perché mamma vuole che venga a stare da noi? Stasera non riesco ad addormentarmi, la luce che proviene dalla cucina, illumina il corridoio e il bisbiglio preoccupato dei miei genitori mi rubano il sonno e allora quel nome, pronunciato più volte, sottovoce, si intreccia con i ricordi che mi sovvengono.

È fine febbraio e non è così freddo come vorrei, almeno non come era nella mia vecchia città, lì sì che si gelava. Erano -4, -15 o -20? forse, ero troppo piccola per saperlo. Babushka, mia nonna, mi insegnava a prendermi cura di me: cappotto, sciarpa, cappello e guanti; non dovevo mai dimenticarmene prima di uscire come non avrei mai dovuto cedere i miei guanti a qualcun altro perché altrimenti avrei perso le mani e questo significava un po’:“ prima salvi te stessa e poi salvi gli altri” che poi, nei ricordi un po’ era diventato: “Fai prima ciò che ti rende felice”. Così, dopo essere giunta in questa terra rossastra, bruciata da un sole cocente che suggella i rintocchi di una estate non ancora finita, sudata e spaurita tra gli sguardi curiosi di sconosciuti abbronzati e tra i suoni di questa lingua alla quale dovevo abituarmici in fretta, avevo scoperto qualcosa a me congeniale. La lettura. L’amai fin da subito. Avevo sei anni quando arrivai in questo luogo al Sud del Mondo. Rimasi affascinata da come la maestra metteva in fila le parole quando leggeva in classe le fiabe, mi sentivo attratta dalla forma con la quale venivano composte le frasi, era come un accesso alla bellezza. Il mio primo libro fu “La piccola principessa” di Frances Hodgson Burnett, avevo dieci anni e mia madre me lo regalò a Natale per iniziarmi alla lettura. Seguirono “Piccole donne” e “Pattini d’argento”. I miei avevano l’abitudine di spulciare nei mercatini dell’usato e nelle fiere ed erano abili nello scovare vecchi libri dimenticati, mia madre comprava innumerevoli volumi dei grandi classici della letteratura internazionale, intasava la libreria di manuali polverosi e ammuffiti, ma poi non aveva neanche il tempo per sfogliarli. Durante l’estate, nei pomeriggi umidi e afosi, quando mi era proibito uscire di casa nelle ore più calde della giornata, passavo il tempo a leggerli: provai compassione per Madame Bovary e Anna Karenina, mi innamorai di Eduard nelle “Affinità elettive” e piansi e – credo che tutti lo avrebbero fatto- per Nemecsek nei “Ragazzi della via Pàl”. In una estate piena di libri e solitudine, eressi il mio autore preferito perché con i suoi romanzi era stato capace di creare un ponte levatoio tra il mondo che avevo lasciato e il mondo in cui ero arrivata e che mi aveva accolto, almeno questo era quello che credevo, fino a ieri. Ho sentito alla televisione che all’Università Bicocca hanno rimandato le lezioni su Dostoevskij; è stato censurato solo perché è uno

scrittore russo. Mio padre che insegna traduzione dal russo, ha tradotto insieme ai suoi studenti, l’editoriale del premio Nobel per la pace, Dmitrij Murtov. Lui ha scritto:

Stamattina presto ci siam trovati tutti in redazione. Addolorati. Il nostro paese, per ordine del presidente Putin, ha dichiarato guerra all’Ucraina. E non c’è nessuno che può fermarla, la guerra. Perciò, oltre a essere addolorati, abbiamo anche vergogna.Dalla mano del comandante supremo, come il portachiavi di una macchina di lusso, penzola il “pulsante dell’attacco nucleare”. Che il passo successivo sia un’esplosione nucleare? Non riesco a interpretare in altro modo le parole di Vladimir Putin sull’arma della rappresaglia.

Ma questo numero di Novaja Gazeta lo pubblichiamo in edizione bilingue: in ucraino e in russo.

Perché per noi l’Ucraina non è un nemico, e la lingua ucraina non è la lingua del nemico.

E non lo saranno mai.

Dal 24 febbraio è una colpa, in occidente, in Italia essere russi, anche se si è contro la guerra, anche se quasi ogni famiglia russa ha un parente ucraino e mamma sta cercando di far fuggire Katia, che non è una nostra parente ma è come se lo fosse, da quel posto che non riesco a dire quanto potrebbe essermi familiare. I ricordi sono annacquati dalle tensioni che si vivono in questi giorni e allora quei pochi che ho, si frantumano e schizzano come schegge impazzite. Lei è una fotografa e mio padre conserva in un cassetto alcuni scatti di questa loro amica sulla periferia di Mosca, altri li ha attaccati con un biadesivo sulla parte superiore del frigo a mo’ di cartolina, dice che gli ricordano il periodo della sua tesi a fine anni ’90. Katia si era messa contro il regime ed era stata arrestata. Successivamente aveva sposato un medico ebreo ucraino dal quale aveva avuto un figlio e si era trasferita nel Donbass. Sono queste le informazioni che riesco a carpire in quel modo sussurrato che hanno i miei di parlare nella loro lingua madre come se avessero paura non solo di svegliarmi ma anche di essere condannati dai vicini di casa. Mi ritrovo così a rinnegare quella cultura da cui provengo, le mie radici, le mie tradizioni, praticamente mi ritrovo ad amputare una parte di me. Ci sono delle priorità : quelle autentiche come salvare Katia e suo figlio e poi le priorità del politicamente corretto come gli scrittori e i loro nomi. Davvero non leggere più Dostoevskij fa veramente la differenza? Davvero rinnegare il fatto che siamo russi e parliamo russo, ci farà dormire tranquilli? Ora nell’egida dei miei quindici anni e mezzo ‘sta guerra mi sembra una esasperante interruzione della mia vita personale piuttosto che una catastrofe mondiale.

Cortina di Ferro

Per far posto ai nuovi “coinquilini,” mi sono trasferita in una stanza molto più piccola che apparteneva a babushka e che veniva utilizzata come ripostiglio. Non è per questo però, che ho preso ad odiare Andrej. Forse tutto è iniziato in quel preciso istante: la camicia bianca fradicia e sgualcita con le maniche rimboccate, gli occhi azzurri vitrei e glaciali come quelli di un barbaro e il volto regolare, delicato e sdegnoso come quello di un principe. Mi strinse la mano con cortese indifferenza e scaricò la sua valigia nel disimpegno . Andrej e sua madre arrivarono un pomeriggio di fine marzo dopo un viaggio in pullman lungo ed estenuante ma senza troppe avversità. Gli italiani, a differenza di altre circostanze, accoglievano quei profughi di guerra, alcuni di loro si contendevano l’onere di ospitarli nelle proprie case, mentre io venivo relegata dalla mia stessa famiglia nello sgabuzzino. A scuola, Andrej venne inserito in quarta B, avendo un anno più di me. Fu esonerato da gran parte delle interrogazioni e verifiche scritte, a lui, che era scappato dalla guerra molto prima che iniziasse seriamente, gli fu concesso di farle in inglese e in forma semplificata. Aveva docenti compassionevoli e coltre di ragazze che gli orbitavano intorno e questo, ai miei occhi, lo rendeva un privilegiato, mentre io subivo lo scherno di Armando Schiraldi e i suoi amici trogloditi e questo ai suoi occhi, mi rendeva vulnerabile. Dagli ultimi banchi mi urlava —Bolscevica!—e ——l’amica di Hitler— prendeva sempre 4 in storia e stento a credere che conoscesse il significato di quel che diceva. La prof. Mancuso si limitò a esclamare: —Ora basta! tutti lì ammucchiati, sembrate gli Ultras della Curva Nord!—e pensò di cambiare i posti e mettere Schiraldi proprio accanto a me. Un’idea geniale quella della Mancuso, la mia insegnante di inglese, mettermi quel deficiente patentato come mio vicino di banco oltre a proporre l’argomento sul “bullismo” in educazione civica per la milionesima volta. Con il suo facile entusiasmo aveva pensato alla creazione di un cartellone intitolato “S-s-bullying”. Dovevamo appiccicarci a mo’ di post-it, le nostre riflessioni, ( rigorosamente in lingua british), su quello che avevamo studiato negli ultimi anni riguardo razzismo, discriminazioni e bullismo: Rosa Parcks e gli afroamericani, Ben il protagonista obeso torturato dal sadico Henry in IT, articoli di giornali che riportavano casi di persone diversamente abili, vittime di aggressioni e, i migranti africani sfruttati nei campi di pomodori a Foggia. Peccato che in quella lista, non comparivo e non riuscivo a immedesimarmi in nessuna delle categorie discriminate e che per la tv, per i giornalisti e il deficiente di Schiraldi io ero la nemica. A casa Andrej mi evitava, a malapena spiaccicava qualche parola in russo, sua madre diceva che si rifiutava categoricamente di parlarlo. Ma non era solo la lingua l’ostacolo, era come se ci dividesse una cortina di ferro. C’era qualcosa in lui di distante e scoraggiante che vanificava ogni tentativo di negoziare anche una parvenza di amicizia. Se ne stava tutto il giorno a bivaccare sul divano, ascoltava le notizie che riusciva a trovare su internet, cercava ossessivamente quelle e altre sul paese che aveva lasciato e le brevi e rare telefonate del padre rimasto al fronte, quando arrivavano, dovevano essere una manna dal cielo, perché erano gli unici istanti che ci vedevo qualcosa di umano in lui. Arrivò l’estate che, con il suo caldo torrido, decomprimeva gli spazi, reclusa a casa, il ripostiglio assumeva l’aria di una cella. Lo scotto da pagare per non sentirmi più a casa ma neanche altrove. Fu in quei giorni dai pomeriggi infiniti, con i nostri corpi buttati sul divano e sul letto che venne a chiedermi:— Di solito che si fa qui?. Niente, doveva essere la risposta, odiavo talmente l’estate che aspettavo che finisse, ma quel giorno le nostre madri decisero che dovevamo socializzare. Così lo accompagnai nella piazza del pesce, era un tardo pomeriggio, bighellonammo con le bici tra la fiumana di anziani che cercavano refrigerio sotto qualche albero di pino. Comprammo due fiordifragola. Se ci parlavo, mi fissava come se dovesse soppesarmi, se parlava lui, vedevo invece che guardava sempre da un’altra parte. Appoggiai i gomiti sul muretto costruito su una parte della piazza dove si potevano poggiare anche le bici e Andrej mi raggiunse facendo la stessa cosa, rivolse il capo al cielo—Lo senti anche tu?—Cosa? —l’odore del mare…. Capitava un po’ a tutti quando giungevano a Bari di sentire quest’odore forte di pesce, nei giorni più caldi, sapeva di putrido e maleodorante, nei paesi limitrofi come il nostro invece più che odore doveva arrivare la brezza marina. —Salsedine—mi limitai a dire, sempre se questa avesse un odore. —La sentono solo chi non ha mai abitato qui. I gabbiani erano dei puntini nel cielo rosa pallido sfumato con quel po’ di azzurro che ne rimaneva e il loro garrito annunciava il tramonto. L’ora che preferivo. Arrivava quel freschetto dalle spiagge più vicine e se ci fossimo addentrati nelle campagne tra le prime vigne che iniziavano già dalla fine del paese in mezzo a qualche ulivo rinsecchito, avremmo trovato più ristoro dal giorno ancora rovente per il caldo. Da quella strade si poteva giungere al mare, così disobbedì a quello che mi aveva raccomandato mia madre, quello di non allontanarmi troppo dal paese. —Perché non arriviamo a Cozze? Andrej mi fisso con uno sfregio ironico di maschio. Quello di sfidarsi con le bici per arrivare il più lontano possibile era un gioco che solitamente facevano i ragazzi, lo avrebbe fatto con loro, se non fosse stato costretto a stare con me. Fece cenno col capo e iniziò a seguirmi. Raggiungemmo una strada ampia fiancheggiata da palazzoni alti e con stretti balconi, gli uni attaccati agli altri con qualche pezzo di prato non ancora cementato, tutti uguali e fatiscenti. Il fresco della sera si fece più freddo e l’aria diventò nera. Cominciò a piovere, prima grandi goccioloni sparsi qua e là, poi sempre più fitti. Andrej cercò un riparo, io no, correvo sferzata dall’acqua pesante e gli gridavo di sbrigarsi a tornare indietro ma la pioggia ci inzuppava e mi batteva forte il cuore. La casa verso cui correvo sarebbe stato un luogo di punizione e mentre mi incamminavo mi smarrii come in un labirinto. Mi persi tra i clacson che suonavano negli ingorghi e le macchine che scappavano insieme a me. Sbagliai più volte la strada di casa, l’ansia mi apriva a percorsi diversi e mal celavo in me forse il desiderio di non farci più ritorno. La pioggia perse la sua potenza e con essa le strade si calmarono, così potetti riafferrare il filo dell’orientamento e trovare come Arianna una via d’uscita. Mia madre vedendomi arrivare, tirò un sospiro di sollievo perché ero viva ma venni ugualmente punita per averle disobbedito. Andrej iniziò a guardarmi in maniera diversa.

Tregua

Eravamo opposti su tutti i fronti. Tuttavia, smarrirmi con lui nella pioggia, ci aveva concesso una specie di tregua forse per riprendere fiato e armi. Adesso mi rivolgeva il suo sguardo e mi sorrideva. Dato che ero in punizione per una settimana, mi misi a svolgere i compiti per le vacanze sulla veranda nel tardo pomeriggio, quando il sole gettava un’ombra imprecisa sui miei quaderni e sul manuale di letteratura. Cercavo di concentrarmi. C’erano i rumori delle macchine che passavano veloci e il gracchiare di una canzone messa di continuo, proveniente da qualche casa vicina. Spostando il manuale, mi cadde il mio quaderno di appunti. Andrej era lì vicino, lo raccolse e prima di rimetterlo sul tavolo tra le mie cose, lesse il titolo: “ Veglia” e poi cercò di capire quello che c’era scritto. —Ha senso per te quello che dice? Per me no— rispose accigliato, lasciando cadere il quaderno sul tavolo. — Forse quando l’ha scritto il poeta, lo aveva— risposi secca e impertinente almeno quanto lo era stato lui.
—Perché?
—La guerra è inutile.
—Ha distrutto case e paesi e i suoi compagni di trincea, suoi vecchi amici, sono morti— continuai.
—Nella mia vecchia scuola si studia poca letteratura, in compenso però in scienze e matematica siamo avanti anni luce da quello che si studia in Italia— fece per cambiare argomento.
Ovvio. Le materie umanistiche sono state sempre scomode ai regimi.
Mi limitai solo a fare un cenno col capo e di fronte alla mia non apparente risposta, riprese il discorso:
—A che serve saperlo?
Per lui tutto rivendicava un utilizzo immediato, per me invece ogni cosa aveva un nome e una storia, non necessariamente doveva servimi a qualcosa. Eppure, nonostante le divergenze, quel giorno i nostri due mondi non apparivano così inconciliabili.
Lo comprendevo. Aveva suo padre a combattere una guerra che riteneva giusta e sacrosanta, come le crociate. Forse Ungaretti con le sue poesie stringate e immediate lo avevano colpito nel profondo ammaccando le sue solide certezze? Poco probabile. Non furono certamente le mie opinioni sulla guerra o i miei appunti sull’ermetismo e sul poeta a smussare gli angoli delle sue ferree convinzioni, ma a farlo vacillare fu quello che accadde o piuttosto non accadde. Seguitarono giorni in cui non arrivavano più notizie del padre. Né
telefonate, né lettere per posta o fax. Suo padre risultava disperso e non si sapeva che fine avesse fatto. Andrej ne fu annientato, non esisteva più, pareva altrove. Non mi sorrideva più, non fingeva sicurezza e né si preoccupava che gli altri capissero che non faceva più finta di averla. Mi ero sbagliata di grosso su di lui, avevo frainteso i suoi sguardi fissi su di me come ostilità, in realtà erano gli sguardi di un ragazzo timido che tentava di reggere i miei.
Una mattina, una di quelle in cui si poteva respirare come se l’estate si fosse presa una pausa dal torturarci, trovai mio padre in soffitta tra i suoi vecchi manuali. —Cosa ci fai qui papà?
—Cerco delle vecchie foto di Jona.
—Credi che sia morto?
—Be’ il padre di Andrej è un soldato e i soldati a volte periscono nelle battaglie— lo disse a occhi bassi, sfogliando il libro che aveva in mano.
Ipotizzai allora che era stato trovato il suo cadavere tra le macerie e che la foto che cercava mio padre doveva essere affissa sulla sua lapide. Non so perché, ma intuii che questo fosse avvenuto.
—Andrej lo sa?
—Non ancora— rivolse gli occhi verso di me ed erano pieni di lacrime. Era la prima volta che vedevo mio padre sul punto di piangere. Capivo che la guerra non era solo devastazione materiale ma il suo male si insinuava fin sotto la pelle e arrivava all’anima. A sera, quando venne l’ora di andare a coricarsi, la porta della camera che era stata mia, era socchiusa, intravidi Andrej seduto sul letto che guardava fisso la parete di fronte. Bussai per farmi notare:— Posso?—sussurrai.
—Anja entra— era da tempo che nessuno mi chiamava per nome. Mi sedetti accanto senza dire una parola e per qualche momento restammo così, a fissare la parete.
—Non mi perdono— Mi disse a un certo punto.
—Dovevo restare lì con lui…— Sospirò.
Non concepivo il fatto che Andrej avesse preferito di gran lunga restare con suo padre piuttosto di essersi salvato venendo qui. Al suo posto, mi sarei pentita amaramente di non averlo invece convinto a scappare. In ogni caso, trovavo più interessanti quelli che fuggivano da una città condannata, inondata di sangue e senza amore. Andrej mi sembrava un Werther di Goethe, tormentato e pieno di bile che avrebbe scelto il suicidio invece di andare incontro all’ignoto. Non tutti sono capaci di
saltare nel buio, adattarsi alla vita di un altro posto in cui non sono nati. Oppure non era consapevole che gli abitanti di Kiev erano delle vittime e, al pari dell’esercito nemico, rotelline di un ingranaggio molto più grande di loro e non, come era portato a credere, degli eroi morti con onore.
Mi balenavano in testa molti pensieri che andavano più veloci di quello che avrei potuto dire, cercavo la frase giusta per interrompere il silenzio imbarazzante tra noi. E, alla fine dissi una sola frase, quella più banale:
—Se fossi rimasto lì, non ti avrei mai conosciuto e allora, credo che, mi saresti mancato.
Andrej smise di fissare la parete, rivolse lo sguardo verso di me e io feci altrettanto. Si avvicinò per darmi un bacio sfiorandomi appena le labbra. Aveva il viso rigato da due lacrime disobbedienti che gli erano sfuggite. Mi guardò per un attimo e poi abbassò gli occhi.
Ci alzammo nello stesso momento come se fosse arrivata l’ora di congedarsi, come se fosse tardi e dovesse succedere chissà che. Ci augurammo la buonanotte. Non riuscì a prendere sonno facilmente. La mattina, dato che la mia punizione era finita, ebbi il permesso di andare al mare con una mia vecchia amica di scuola. Si chiamava Adela ed era di origine albanese. Eravamo amiche da quando andavamo alle elementari e ovviamente le descrissi tutti gli attimi, con dovizie di particolari prima che avvenisse il mio primo bacio. Ero entusiasta come la Mancuso e anche un po’ confusa sul da farsi. Ero andata via molto presto da casa mentre Andrej dormiva ancora e non sapevo come mi sarei comportata con lui al mio rientro. Adela, patita di soap opere e di romanzi rosa, di quelli che scovi ai giornalai, trovò le parole più consone alla mia situazione. — Comportati come se fossi Kate Middleton.
—Cioè?— come si comporta Kate Middleton?
—Sorridi.
Ora, un conto è che sorride Kate, con la sua chioma fluente e piega perfetta, senza doppie punte, le sue gambe senza flaccidume all’interno coscia e i suoi outfit impeccabili; un conto è che sorrido io, con miei capelli di un biondo poco definito, tendente all’opaco, crespi che si disperdono a caso, facendomi apparire sempre disordinata, con le mie gambe più massicce e robuste rispetto alle mie spalle piccole e infantili e miei vestiti, comprati in qualche outlet, a buon mercato, di quelli pescati nel cestino delle occasioni. Sembrerò un ebete.
—Nonchalance— si intromise Betta, sua cugina, grassa e brufolosa, che nel frattempo ci aveva raggiunto sulla spiaggia e aveva ascoltato il riassunto di Adela.
—Ma così sembrerà non interessata!—aveva chiosato la sorella tredicenne di Betta che le era vicino.
—C’ha ragione—aveva annuito Adela ma poi aveva insistito— Tu devi fare la dipiù.
—Ma poi non parerà finta, come se recitasse una parte? Secondo me non dovrebbe dargli troppa importanza— riformulò con fermezza Betta.
Il cacchio. È stato il mio primo bacio. Andrej è stato il primo, vorrei imbrattare il suo nome su tutti i muri della città!
—Macché— mi diede una gomitata la sorella di Betta— Fatti vedere interessata, così magari stasera ci riprova!
E così avanti per tutta la giornata. A mezzogiorno, gli amici delle mie amiche, gli amici degli amici, nonché tutti quelli della spiaggia, sapevano che mi piaceva un certo Andrej, che mi aveva baciato e che eravamo fidanzati e probabilmente prossimi alle nozze.
Quando fu il tempo di rincasare, ci impiegai circa qualche minuto in più. Arrivata nella strada dove abitavo, mi specchiai nelle vetrine del negozio di cosmetici e prodotti della casa che c’era là vicino, volevo intravedere se miei capelli non fossero spettinati dal vento e dalla salsedine, se mi fossi abbronzata abbastanza, anche se la maggior parte delle volte, chiara com’ero, assumevo il colorito di un’aragosta. Mi raddrizzai il copricostume, mi spalmai il burro-cacao sulle labbra ed entrai nell’ingresso di casa trionfante. Sentii l’odore del pranzo in fondo alla cucina, il televisore acceso, era ancora troppo presto perché mio padre fosse rientrato da lavoro. Chiamai mia madre più volte e non ci fu alcuna risposta. Non c’era nessuno. Entrai in bagno per farmi una doccia. Mi feci lo shampoo, mi pettinai i capelli, adesso il colore della mia pelle era più rosso del dovuto ma appariva più liscia e meno brufolosa. Invece di accendere il phon, andai ad asciugare i capelli in veranda al sole. Mi misi a testa in giù, con tutti i ciuffi dorati dalla luce intensa di mezzogiorno che mi penzolavano gocciolanti sulle tempie — Eccoti qua!— mia madre era appena arrivata.
—Com’era il mare?— chiese.
—Dove eravate finiti?— sorvolai la sua domanda, domandando con tono inquisitorio.
— Papà e Andrej non te l’hanno detto? Io ero troppo indaffarata ad aiutare Katia con visti e passaporti e non mi è passato per la testa…stamattina li ho accompagnati in aeroporto, si trasferiscono per un po’ in Cambogia, sua madre ha trovato lavoro come reportage di viaggi, sai, le sue fotografie, sono piaciute a un vecchio collega di tuo padre, lei è una professionista e qui il suo talento sarebbe stato sprecato… —.
—Riavrai finalmente la tua stanza— chiosò mia madre come se dovessi essere contenta che i miei coinquilini fossero andati via o forse per togliersi dall’imbarazzo che nessuno mi avesse detto nulla. Mi consideravano ancora una bambina e preferivano confinarmi nella mia stanza dell’infanzia precludendomi il mondo degli adulti e delle sue strambe decisioni.
Restai immobile, a testa in giù con le labbra serrate, ammiccai un falso sorriso per impedire qualche parola di troppo e che mia madre capisse. Fu come essere colpita dietro le spalle, senza preavviso. La testa si era svuotata: le parole di Adela, Betta e di sua sorella, le aspettative suscitate sulla spiaggia, cadute in prescrizione, come se non fosse il momento, né potessi esigere il diritto ad essere felice. Mi rimase una sola domanda: Ma perché? Perché Andrej non aveva minimamente accennato alla sua imminente partenza? Col passare delle ore e poi dei giorni, la mia rabbia si placò. Iniziai a darmi delle spiegazioni che potevano andarmi bene e a formulare ipotesi che fossero sensate. Forse Andrej riteneva che quel bacio era un addio che valeva più di mille parole oppure non me l’aveva detto apposta proprio perché aveva percepito il mio desiderio di riappropriarmi della mia stanza, del mio spazio e allora volesse farmi una sorpresa. E se invece si fosse reso conto della mia cotta per lui prima ancora che ne fossi consapevole io e dunque, avesse voluto evitare le confessioni smielate e gli addii pieni di gesti solenni preferendo, non corrispondendomi, sgattaiolare via senza umiliarmi? Passarono i giorni e poi tutto il mese di agosto, le ipotesi si sgranarono e le spiegazioni persero consistenza. Fui distratta dalle poche settimane che mi divideva dall’inizio della scuola e fui attratta dai pochi giorni di libertà che mi restavano e che dovevo allora vivere: andare al mare, fare corse in bici, uscire con Adela e compagnia bella, fare spassose congetture per l’anno scolastico, guardare i ragazzi che incontravamo sulla spiaggia, imparare a conoscerli e forse a innamorarsi. Andrej lo avevo quasi accantonato, mi era diventato un puntino in testa, se non fosse che un giorno mio padre mi chiese di lui e venne riesumato. —Ti sei messa in contatto con lui?
—No.
—Come mai non l’hai fatto?
Se non l’aveva fatto lui, perché avrei dovuto farlo io? Se non aveva dato importanza a quel bacio, perché dovevo essere obbligata a ritenerlo tale e dunque a inseguire Andrej con telefonate o messaggi e non invece a lasciarlo andare? Se non c’erano stati accordi tra noi, come potevo rivendicare una qualche forma, se non di amore, almeno di mera amicizia? Lui era venuto meno a un confronto, se non eravamo riusciti ad arrivare a un compromesso, non era possibile alcunché, neanche una telefonata. Mi ero persa, mi ero smarrita nei meandri di quello che sembrava amore e avevo imparato a ritrovare me e quelle convinzioni che adesso avevano un senso più che mai. Mi venne in mente quello che mi diceva babushka: non cedere mai i tuoi guanti durante il grande gelo, sebbene ti sembrerà un atto di generosità e ti renderà momentaneamente felice, in seguito però, amputeranno una parte di te e allora diventerai triste. Così di fronte a quella domande di mio padre, feci spallucce, abbassai lo sguardo e continuai a leggere l’ultimo capitolo de “Il giocatore” di Dostoevskij.